Marco Menabò è il nuovo Direttore

di Settimio Rigolin

Il Professor Marco Menabò, è stato scelto dal Vescovo Pierantonio quale nuovo Direttore dell’Ufficio diocesano Scuola, e va a sostituire don Damiano Furini, che per diversi anni ha guidato con impegno e capacità questa importante realtà della Chiesa diocesana.
Il nuovo Direttore è originario della Comunità di Ceneselli (Ro). Il Vescovo di Adria-Rovigo, mons. Pierantonio Pavanello, ha affidato a don Damiano Furini il delicato servizio di Vicario Generale della Diocesi. Il nuovo direttore Menabò è insegnante di Religione Cattolica nella Scuola Superiore, è impegnato in altre realtà del mondo ecclesiale; Marco è una persona giovane e con disponibilità ha accettato di rispondere alle nostre domande.

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D – Con l’avvio del nuovo anno pastorale 2017- 2018, il Vescovo Pierantonio ha provveduto alla nomina di sacerdoti e laici affidando loro importanti incarichi in seno alla Chiesa che è in Adria-Rovigo. A lei ha affidato l’incarico di direttore dell’Ufficio scuola Diocesano. Come ha accolto questa nomina?
R – Nonostante collaborassi in modo stretto con don Damiano nella gestione dell’ufficio da molti anni, quando il vescovo Pierantonio mi ha proposto di assumere la responsabilità in prima persona dell’Ufficio ho provato un forte senso di meraviglia: è la prima volta nella nostra Diocesi, che questo incarico viene conferito ad un insegnante di religione. Credo sia uno dei tanti segni del cambiamento che la nostra Chiesa diocesana si sta apprestando a compiere.

D – In breve di cosa si tratta? Come presentare la realtà dell’Ufficio scuola diocesano?
R – La meraviglia e lo stupore che dicevo prima derivano dalla funzione stessa che l’Ufficio Scuola Diocesano ricopre nella più ampia azione pastorale della chiesa stessa. L’Ufficio è l’espressione della cura pastorale che la Chiesa ha, o dovrebbe avere, nei confronti del grande mondo della scuola, mondo in cui confluiscono ogni giorno non solo bambini e ragazzi, anche quelli che non vediamo o non abbiamo mai visto nelle parrocchie, ma anche lavoratori, famiglie, madri, padri, fratelli… Per me la scuola oggi, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà è tuttavia l’emblema della società, del vero popolo di Dio. Si, perché il suo popolo è anche quello che non frequenta più i locali parrocchiali o perché ha smarrito la propria appartenenza religiosa o perché appartenente ad altre culture o religioni. La chiesa vuole, e deve, prendersi cura proprio di tutti.
Lo fa a scuola, rispettando l’autonomia di questa istituzione, senza ingerenze ma promuovendo una riflessione continua sulla cultura religiosa che costituisce, piaccia o no, la nostra identità di cittadini italiani ed europei. Per far questo servono docenti preparati e ben motivati ad affrontare ogni giorno le sfide che le giovani generazioni ci offrono.
D – Quanti sono gli insegnanti di religione suddivisi nelle diverse scuole presenti nella Diocesi, materna, elementari, medie e superiori? Tra questi quanti sono i preti, religiosi, religiose, laici? Riguardo a questa presenza di laici lei come la vede?
R – Attualmente in diocesi abbiamo un’ottantina di insegnanti di religione: la metà circa lavora nella scuola dell’infanzia e primaria, gli altri nella scuola secondaria di primo e di secondo grado. L’ultimo docente sacerdote è stato don Damiano, le suore si contano sulle dita di una mano e prestano il loro servizio soprattutto nella scuole paritarie, tutti gli altri sono laici. Come vedo la loro presenza? Ovviamente bene! Sono persone ben preparate che fanno del loro lavoro, molte volte, una vera e propria missione di vita. Essere insegnanti di religione oggi, nell’attuale situazione scolastica, è una vera e propria vocazione!
D – Principalmente da dove provengono questi insegnanti?
R – Direi che tutta la Diocesi è ben rappresentata.
D – Come si diventa IDR? Cosa si richiede all’IDR? Come Ufficio Scuola diocesano può esserci una sorta di invito a svolgere questa professione?
R – Insegnanti di religione non ci si improvvisa più: oggi fortunatamente l’IDR è equiparato in dignità a tutti gli altri docenti della scuola italiana e per questo motivo deve essere in possesso di titoli accademici e di competenze pedagogiche.
La Facoltà Teologica ma soprattutto l’Istituto Superiore di Scienze Religiose sono gli enti preposti alla formazione dei futuri insegnanti. La legge 107/2015 (la “buona scuola”) ci ricorda inoltre però che la formazione dei docenti deve essere permanente: per questo motivo non ci si può accontentare di un titolo accademico conseguito anni fa ma è necessario un costante percorso di aggiornamento dottrinale e pedagogico che viene svolto invece dall’Ufficio. Insegnare per me non è svolgere un lavoro, per quanto bello ed importante, ma una modalità d’essere per cui l’unico invito che mi sento di fare è che ciascun giovane che intraprende gli studi teologici faccia un serio discernimento vocazionale e segua la Sua chiamata.
D – Direttore, come sono i rapporti con il mondo della scuola intesa come scuola statale, tradizionale?
R – Nonostante gli attacchi all’ora di religione che ogni anno vengono sferrati da alcuni esponenti dell’opinione pubblica la percezione è che i rapporti con le scuole siano positivi e costruttivi: molti dei nostri docenti oltre a svolgere con passione il proprio compito educativo godono della stima e della fiducia dei colleghi e dei dirigenti scolastici che spesso li scelgono come collaboratori nella gestione organizzativa della scuola o come referenti dei progetti più importanti e significativi dei singoli Istituti. Da ricordare anche la recente stipula della convenzione tra Ufficio Scolastico Territoriale, nella persona del dott. Andrea Bergamo, e la Diocesi, nella persona del vescovo Pierantonio, circa le attività di Alternanza Scuola Lavoro per gli studenti che frequentano le scuole secondarie di secondo grado, convenzione promossa proprio da quest’Ufficio.
D – L’IRC è nell’ambito della scuola una scelta opzionale, riguardo a questo aspetto lei cosa dice? Riguardo a questa scelta cosa suggerire alle famiglie? Quanti sono gli avvalenti e quanti i non avvalentisi?
R – Si, la legge prevede che l’insegnamento della religione sia una materia che famiglie e studenti possono scegliere. Attualmente, in diocesi, circa il 90% degli studenti di ogni ordine e grado si avvale dell’IRC.
Questi numeri ci confortano perché significa che l’IRC rappresenta ancora una scelta di qualità riconosciuta dall’utenza. Il pericolo che intravedo è il diffuso indifferentismo che serpeggia anche tra i meno giovani, il “tanto non mi interessa”. L’IRC è una materia aperta a tutti, non bisogna essere cristiani per avvalersi, nelle nostre scuole infatti tutti abbiamo studenti stranieri che regolarmente si avvalgono, eppure la mancata conoscenza dell’evoluzione di questa materia negli ultimi trent’anni fa pensare, ai più, che si tratti ancora di una scelta di appartenenza religiosa. Chiaramente, per coerenza in termini, quanti si dichiarano cristiani, quanti partecipano alle più svariate attività ecclesiali, a mio avviso, non possono ignorare l’IRC a scuola: è sbagliata l’affermazione “ma tanto io faccio catechismo” perché la scuola si occupa di tutt’altro. A scuola non si fa catechismo ma si solletica la fede con la ragione.
D – In ambito scolastico, educativo, didattico cosa offre l’IRC? E nel rapporto IRC docenti, alunni?
R – Ecco, appunto. L’IRC non è un doppione della catechesi parrocchiale ma un di più perché amplia i contenuti dottrinali e li mette in dialogo creativo con il pensiero razionale offerto da tutte le altre materie scolastiche. Per il credente questo slancio è ciò che lo conduce a quel di più che ci indica Luca nel prologo del suo vangelo. Per tutti gli altri invece l’IRC si offre come l’occasione per scoprire i tratti fondamentali della cultura religiosa che contraddistingue l’arte, la letteratura, la musica, l’architettura del nostro paese e dell’Europa tutta. L’attenzione costante alla persona nella sua globalità, sia nei piani di lavoro scolatici sia nelle relazioni tra docenti e con gli studenti, fa dell’IRC il luogo privilegiato dell’incontro, del dialogo vero e sincero tra culture, religioni e pensieri diversi.
Si, perché nell’ora di religione si imparano a conoscere anche le altre religioni e non solo per arricchire il famoso bagaglio culturale ma perché conoscendo gli altri imparo a conoscere di più anche di me stesso. Penso sia questo uno dei punti di forza di questa materia, e dei suoi docenti, riconosciuto da tutti. Che quest’atteggiamento sia una vera e propria urgenza del nostro mondo credo non ci sia bisogno di ricordarlo: guerre, violenze, discriminazioni, atti terroristici in nome di improbabili religioni.
Non si può restare indifferenti e non conoscere tutto questo. Ne va del nostro futuro.
D – Come direttore e come insegnante di RC quale augurio sente di rivolgere ai ragazzi, alle famiglie, alla Chiesa alla scuola?
R – Ai ragazzi auguro di essere sempre se stessi, di non adeguarsi alle richieste del mondo degli adulti che troppo spesso, prematuramente, vuole togliergli l’entusiasmo, la grinta e la voglia di spendersi per grandi ideali che contraddistinguono gli anni giovanili; alle famiglie di accompagnare sempre i loro figli nella scoperta di sé, delle proprie capacità e passioni affinché ciascuno di loro possa sentirsi sempre realizzato come persona; alla chiesa di imparare a guardare con occhi nuovi, liberi dai condizionamenti dell’Istituzione tipici di altri tempi, il mondo in cui vive ed imparare dalla scuola che i risultati si ottengono solo quando ciascuno fa la sua parte ovvero la corresponsabilità; alla scuola di non smettere mai di stupirsi e di rinnovarsi di fronte alle richieste e alle provocazioni dei suoi studenti.

 

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