Non alzare barriere. La Domenica del Papa

di Fabio Zavattaro

Qualche anno prima della sua morte, avvenuta il 20 aprile 1993, don Tonino Bello scriveva una lettera al “fratello marocchino”, un modo per rivolgersi a tutti coloro che arrivavano nel nostro Paese scappando da miseria fame, violenze e guerre. Scriveva: “Il mondo ti è indifferente… fratello perdonaci. Anche a nome di tutti gli emigrati clandestini come te, che sono penetrati in Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai lavori più umili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, costretti al silenzio sotto la minaccia continua di improvvise denunce, che farebbero scattare il foglio di via. Perdonaci”.
Domenica un gruppo di uomini, donne e bambini, migranti e rifugiati, residenti a Roma, erano presenti in San Pietro, come dire la casa del Papa, per la celebrazione presieduta da Francesco in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Sono un segno dei tempi, dice, perché “ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca. E per il forestiero, il migrante, il rifugiato, il profugo, il richiedente asilo ogni porta della nuova terra è anche una occasione di incontro con Gesù”.
Incontro. È anche la parola che accompagna il Vangelo di questa domenica, nel quale si racconta dei primi due discepoli, Andrea e un altro di cui non viene reso noto il nome nel testo di Giovanni, come dire che quella persona può essere ognuno di noi, e di quella domanda che interroga tutti noi: “Che cosa cercate?”
Ognuno di noi, dice il Papa all’Angelus, è “alla ricerca: ricerca di felicità, ricerca di amore, di vita buona e piena”. In questa ricerca “fondamentale” è il ruolo del testimone. Così nel Vangelo di Giovanni il testimone è Giovanni Battista che “può orientare i discepoli verso Gesù, che li coinvolge in una nuova esperienza dicendo: ‘venite e vedrete’. Ed essi “non potranno più dimenticare la bellezza di quell’incontro, al punto che l’evangelista ne annota persino l’ora: ‘erano circa le quattro del pomeriggio’. Soltanto un incontro personale con Gesù genera un cammino di fede e di discepolato”.
L’incontro vero con l’altro, afferma il Papa nell’omelia in San Pietro, non si ferma all’accoglienza, ma ci impegna nel proteggere, promuovere e integrare queste persone. Per i nuovi arrivati, “accogliere, conoscere e riconoscere significa conoscere e rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti. Significa pure comprendere le loro paure e apprensioni per il futuro. E per le comunità locali, accogliere, conoscere e riconoscere significa aprirsi alla ricchezza della diversità senza preconcetti, comprendere le potenzialità e le speranze dei nuovi arrivati, così come la loro vulnerabilità e i loro timori”.
Non è facile entrare nella cultura di persone così diverse da noi, dice Francesco, “comprenderne i pensieri e le esperienze”. Così spesso rinunciamo all’incontro e “alziamo barriere per difenderci”. Ci sono delle paure dall’una e dall’altra parte, il peccato, afferma ancora il Papa, “è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto. Il peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, all’incontro con il diverso, all’incontro con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata di incontro con il Signore”.
Messa alla vigilia del viaggio in Cile e Perù. Viaggio complesso, in una chiesa, quella cilena, dove, dopo gli anni della dittatura Pinochet, è sceso il consenso, e non poche polemiche hanno accompagnato l’attesa della visita del Papa. E tornano i temi dell’immigrazione, il Cile è meta di lavoratori dal Perù, ma anche Argentina, Bolivia, Ecuador, Brasile e Venezuela. Poi ecco anche la questione indigena. Francesco incontra queste popolazioni sia in Cile, gli indigeni Mapuche, che in Perù, le popolazioni amazzoniche. A loro consegnerà il testo dell’enciclica “Laudato si’”, nuovo appello per la difesa del creato.

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