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A Scuola. Di Don Bruno Cappato

E’ suonata la campanella….; quando cominciano le lezioni di scuola, si dice sempre così rievocando un suono che in un modo o nell’altro è nel ricordo di tutti. Di fatto le generazioni si avvicendano e il panorama della popolazione studentesca assume sempre nuove prospettive; l’anziano dice: “Ai nostri tempi c’era la disciplina e non si scherzava”. I giovani di oggi sono proprio inseriti in un altro mondo che ha superato quello di pochi anni fa. Il mondo corre e la velocità aumenta. Resta la domanda: la scuola riesce ad educare? Perché di questo si tratta. Dicono che in paesi ultramoderni i ragazzi vanno a scuola senza muoversi da casa perché con il computer si fa tutto; in altri paesi – dicono sempre i bene informati – gli alunni decidono quando andare a scuola, cosa studiare, quali corsi frequentare. Sarà, ma a me sembrano fantasie senza molto significato. E’ vero che si è cresciuti e noi avevamo paura a parlare mentre invece bambinetti delle elementari interrogati dal cronista in tv dicono la loro con scioltezza e proprietà; sanno esprimersi con molta disinvoltura. Ma, ritorna sempre la stessa domanda: la scuola educa? Per una lunga esperienza scolastica, per aver salito cattedre di ogni ordine e grado devo dire che sicuramente, generosamente, con tutta la sua vita la scuola educa. La scuola come la conosco è un luogo di crescita straordinario, sia dal punto di vista culturale che morale, che civico. La scuola però per essere tutto questo ha bisogno di tante cose: ha bisogno della famiglia, di una famiglia inoltre che comprenda il proprio ruolo, della società, delle autorità, delle voci e delle immagini della comunicazione, della vita della comunità cristiana. La scuola a volte pare un vascello isolato che naviga su un mare – di tempo in tempo – calmo o burrascoso. Il vero grande pericolo è proprio questo: che l’educazione e la formazione delle giovani generazioni sia un compito esclusivo di qualcuno.
Poi ci sono le realtà che remano contro come l’assalto dei telefonini, come i linguaggi volgari e scurrili dei sapientoni della tv.
Papa Francesco ha accolto l’associazione dell’A.Ge in udienza nel cinquantesimo della fondazione. Ha svolto il tema della educazione in modo bellissimo e concreto; per questo pubblichiamo integralmente il testo del suo discorso. Insieme ad altri gruppi d’Italia ha partecipato un nutrito gruppo polesano.
Ecco il vero grande problema e dilemma: è la scuola che educa o è invece questa società che non educa?
Piangiamo per giovani che non sanno rispettare il dono della vita e miseramente la bruciano in vario modo; soffriamo e ci scandalizziamo per le tracce di beveraggi lasciate agli angoli di strade e piazze; ci spaventano i segni del vandalismo sfrenato e insulso.
Bisognerebbe unire le forze e cercare di costruire una realtà sociale che aiuta le famiglie, che sorregge e tutela la scuola.

Il valore della persona. Il pensiero del direttore Don Bruno Cappato

Eccoci al momento buono della verifica della direzione del nuovo governo. L’episodio della nave lasciata in bilico sul mare, nell’oscurità di un indefinibile e minaccioso destino, ci invita a riflettere con attenzione.
Siamo in una compagine che allea anime diversissime; da una parte un movimento, dall’altra un partito organizzato. Il movimento ha di per sè una logica maggiormente adattabile, al di là dei proclami. E’ certo che la responsabilità delle scelte è di chi firma determinate decisioni, ma anche dell’alleato di governo.
Se la democrazia è garanzia di libertà, è certo però anche che non può essere la sarabanda di tutte le prese di posizione possibili. Deve pur incarnare e sostenere dei valori che fondano la vita democratica e libera dei cittadini. Sposando come si sta facendo proclami e slogan, andiamo solo fuori strada. Nel problema dell’immigrazione, il fatto più importante da considerare è che si hanno davanti delle persone non delle merci e anche questi come tutti – uomini e donne – devono essere considerati dotati di una dignità da salvare e promuovere. Nella legalità e nel rispetto degli ordinamenti e delle leggi che un paese si è dato.
In questo quadro affiora la insostituibile funzione della politica intelligente che sa mediare, che sa costruire cammini di pace e di concordia aiutando i deboli e difendendo il bene di tutti. La vera politica, quella che davvero serve il paese, rispetta le persone e costruisce reti di rapporti che con pazienza stabiliscono regole, costruiscono trattati e pongono in movimento strategie rispettose per risolvere gradualmente i problemi.
Ma la gente sulla piazza grida, alza la voce e chiede di rispedire a casa gli stranieri. E’ proprio da queste voci che arrivano i voti, però sono espressioni ragionevoli? Se parliamo di cristianesimo diciamo che la prospettiva è ben chiara. Se parliamo di civiltà – nel senso positivo del termine – anche qui la prospettiva è in sintonia con il cristianesimo. Ci sarebbe da chiedersi allora: se questa è la linea che una parte vasta della popolazione sostiene e promuove, che educazione ha ricevuto?
Abbiamo avuto un partito che si definiva cristiano; come ha educato il popolo? Abbiamo avuto un comunismo che vantava la difesa dei poveri e dei deboli, cosa ha insegnato su questo piano ideale?

Papa Francesco. Il pensiero del direttore Don Bruno Cappato

Papa Francesco ha compiuto i suoi cinque anni di pontificato. Noi non abbiamo la capacità e la competenza per una riflessione approfondita su questo periodo di tempo. Una cosa possiamo dire però che a noi che siamo tra il ‘900 e il 2000, abbiamo avuto dalla Provvidenza delle figure gigantesche di pastori e guide della Chiesa.
La stessa necessità di un riconoscimento di santità dei papi che abbiamo potuto conoscere se non addirittura incontrare, è di fatto un attestato di stima profonda e di affetto radicato nel cuore. I libri di storia racconteranno forse obiettivemente queste figure che hanno offerto in prima persona una testimonianza coerente di vita evangelica. Come altri nella storia. Vi è però un particolare che non potrà essere dimenticato: quello della immediatezza dell’incontro e del dialogo con tutti. La distanza tra la gente sulla piazza e la candida figura del pastore si è in questi ultimi decenni accorciata moltissimo. Questo ha fatto sì che la conoscenza e la comprensione della figura del Papa abbia avuto un movimento veloce di avvicinamento come quello di un moderno zoom fotografico.
Cominciò Giovanni XXIII portando le telecamere nell’abitazione del Papa; fece vedere al grande pubblico i momenti della sua giornata, la vita quotidiana del Papa. Adesso siamo arrivati ad una vera e propria immersione, al cosiddetto bagno di folla per Papa Francesco che sembra non voler dimenticare nessuno. Papa Roncalli è stato l’anello di congiunzione tra la tradizione ed il nuovo che il tempo profilava in prospettiva. E quali rivolgimenti si sono potuti vedere! Il Concilio ha aperto le porte e le finestre ad una mentalità che voleva sperimentare un essere Chiesa, un porsi di fronte alle persone con un modo nuovo, una forma pastorale adeguata al presente. Queste cose le hanno osservate in tanti; quello che si nota oggi, sfogliando i giornali, è il contrasto tra giudizi estremamente entusiastici ed altri molto critici.
Di fatto Papa Francesco ha sconvolto tutti gli schemi del comportamento tradizionale ed è evidente che ha voluto svestire la Chiesa di sovrapposizioni e sedimentazioni che oscurano il volto di Cristo. La distinzione tra tradizione e tradizionalismo la conosciamo tutti, poi di fatto il tradizionalismo sa creare vincoli di affetto, legami indiscutibili, però intanto il mondo si presenta con delle novità sconvolgenti. Come far fronte a situazioni del tutto nuove?
Dimostriamo affetto e stima per Papa Francesco perché è sempre nelle prime linee, è sempre coinvolto su tutto, ma crediamo che si debba pregare per lui, perché proprio a lui che viene da un mondo lontano e diverso da quello europeo, è toccato un compito che è altrettanto pesante e sconvolgente. Ancora la Provvidenza si vede all’opera. Basterebbe riandare alle ideologie che si sono scatenate nel tempo, alle guerre, agli immani sacrifici umani e potremmo constatare che Dio non ha mai abbandonato l’uomo a sè stesso e il Papato ne è un segno inequivocabile e nello stesso tempo confortante.

Il «Diritto della Pace»

di Bruno Cappato

A Bologna Papa Francesco ha ripreso in pieno un concetto del Cardinal Giacomo Lercaro, richiamando una omelia del 1° gennaio 1968 dove – tra l’altro – il Cardinale di Bologna affermava: «La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte esso venga: la sua vita non è la neutralità, ma la profezia».
Il Papa ha così introdotto un nuovo concetto che supera in modo straordinario e preciso teorie che giustificavano la guerra e la violenza invocando il principio della difesa dall’aggressore e della legittima difesa.
Il Papa ha proposto con chiarezza un diritto che in realtà come ben si comprende non è del tutto nuovo, quello del Diritto della Pace (Ius Pacis). Non è nuovo questo discorso perché il Papa stesso ha allargato lo sguardo dall’intuizione di Lercaro ad altre testimonianze autorevoli, dicendo: “Cent’anni fa si levò il grido di Benedetto XV, che era stato Vescovo di Bologna, il quale definì la guerra «inutile strage» (Lettera ai Capi dei Popoli belligeranti, 1° agosto 1917).
Dissociarsi in tutto dalle cosiddette “ragioni della guerra” parve a molti quasi un affronto. Ma la storia insegna che la guerra è sempre e solo un’inutile strage.
Aiutiamoci, come afferma la Costituzione Italiana, a “ripudiare la guerra” (cfr Art. 11), a intraprendere vie di nonviolenza e percorsi di giustizia, che favoriscono la pace. Perché di fronte alla pace non possiamo essere indifferenti o neutrali”.
Queste parole pronunciate di fronte a studenti e insegnanti dell’Università di Bologna domenica scorsa si inquadravano in un quadro di diritti: “alla cultura, alla speranza e alla Pace”.
Questa particolare forma di espressione che coniuga insieme “diritto” e “valore” fa intendere che vi è una certezza che chiede di diventare esperienza concreta di vita. La nostra storia di uomini e di popoli è contrassegnata da continue violenze ed anche oggi la prima pagina di ogni comunicazione riporta orrore e morte.
Serve ascoltare Papa Francesco in questa logica di diritto alla Pace?
Da quando uomini sensibili e forti hanno iniziato a parlare e a testimoniare il valore della Pace, il mondo stesso – anche se non lo vediamo immediatamente – ha camminato e tutti sappiamo che dalle oscurità del male è andata crescendo una convinzione di rispetto e di promozione della persona umana.
Pensiamo come oggi – in questi ultimi anni – ci si è comportati nel nostro paese verso le folle travolgenti degli emigranti e dei fuggiaschi che cercano riparo; pensiamo al terrorismo fattosi in questi tempi più acuto e tremendo; in quali e quante forme le persone hanno espresso l’orrore verso la violenza e in quanti si è affermata la dissociazione totale rispetto a ideologie e teorie pseudoreligiose che promuovono e giustificano la violenza?
Ed ecco che Papa Francesco ripete il grido di Paolo VI all’Onu: “Perciò invochiamo lo ius pacis, come diritto di tutti a comporre i conflitti senza violenza. Per questo ripetiamo: mai più la guerra, mai più contro gli altri, mai più senza gli altri! Vengano alla luce gli interessi e le trame, spesso oscuri, di chi fabbrica violenza, alimentando la corsa alle armi e calpestando la pace con gli affari”.
Crediamo al cammino dell’umanità e crediamo al progresso che uomini di Pace possono costruire.
Un diritto diventa un bene di tutti se tutti insieme diamo il nostro contributo positivo ed educante, così da travalicare incomprensioni, odi e differenze.

“la Settimana” . L’editoriale di Don Bruno Cappato

Gennaio è tempo per mille cose. Auguri a parte e scongiuri connessi, c’è da dire che sul piano finanziario per ogni famiglia ci sono le bollette da pagare di luce, acqua e gas e – miracolosamente – ogni anno le tariffe di queste prestazioni salgono e rincarano. Chissà perché…
Ebbene tra le voci che in modo sofferto abbiamo richiamato, vorremmo dire anche che in questo mese si dovrebbe riservare un pensiero anche per realtà che attengono alla cultura, all’informazione corretta e così via. E noi che diffondiamo un giornale come la Settimana che ha ben 117 anni di vita vorremmo che nel conto delle possibili spese potesse trovare uno spazio ed un riconoscimento.
Per tantissimi motivi.
Perché è il giornale della nostra famiglia diocesana, perché porta una informazione sulle grandi tematiche che il mondo cristiano affronta, perché si vengono a conoscere le ottime iniziative di altre comunità parrocchiali e mille altre cose. Chi conosce senza pregiudizi il nostro giornale credo debba ammettere lo sforzo di buona volontà nella comunicazione che cerca di fare ogni settimana.
Ma ecco che invece avvertiamo tante e tante difficoltà. In molte parrocchie che sono sempre state il punto di riferimento per il nostro settimanale si lamenta che mancano laici volonterosi che aiutino i parroci a diffondere il giornale e, ancor di più, si lamenta il fatto che il giornale arriva sempre in ritardo.
La Settimana viene portata in posta ogni mercoledì e dunque anche le poste evidentemente hanno difficoltà in alcuni luoghi a giungere in tempo utile. Se un parroco non ha il giornale prima della domenica, come fa a diffonderlo? Poi vediamo che anziani affezionati lettori con il volgere della vecchiaia si vedono in difficoltà a leggere e allora a malincuore rinunciano al settimanale.
La Settimana è nata  più di un secolo fa per avvicinare la gente, per accostarsi alle situazioni concrete di povertà e di difficoltà nelle quali si trovavano le famiglie. Oggi continua su questa stessa strada perché vuol essere attenta alle parrocchie, alla loro vita. Molte cose sono cambiate e abbiamo visto irrompere le nuove tecnologie. La Settimana si può leggere online; anche questo è un piccolo segno di un cammino verso il futuro che si cerca di fare.
La nostra è una piccola diocesi ed ha da molti anni due vie di comunicazione, il giornale e Radio Kolbe. Vorremmo timidamente chiedere di aiutare il giornale a vivere.
Non ci sono solo difficoltà, comunque. Abbiamo a Rovigo richieste del giornale alle edicole, abbiamo parrocchie dove bravissime persone generose fanno promozione del settimanale, abbiamo collaborazioni e riconoscimenti che vengono da più parti e, una cosa che commuove è sentire i missionari o gli emigrati polesani che ti dichiarano la loro simpatia con una unica frase: “Quando il giornale arriva lo leggiamo tutto!”