La legge e il vero bene di tutti. Tavola rotonda di Scienza&Vita

 

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di Bruno Cappato

Già uno spirito arguto e profondo come Chesterton aveva intuito che, andando avanti nel tempo e nelle manifestazioni della storia, sarebbero venuti giorni nei quali anche l’affermazione più ovvia e più immediata come dire “…che d’estate le foglie degli alberi sono verdi”, sarebbe stata contestata con l’obbligo conseguente dell’affermazione contraddetta e con la necessità di una altrettanto ovvia dimostrazione. Così è della «legge naturale» che è scritta nel cuore di ogni uomo e che non necessita di essere trascritta in leggi o codici stampati in quanto travalica e supera qualunque diversa convinzione. Sembra un discorso del tutto normale, ovvio appunto, ma in realtà esiste di tempo in tempo la necessità di ribadire il concetto della esistenza di una legge non scritta ma insita nell’intimo della creatura umana che abbiamo chiamato legge naturale.
Di questo hanno parlato la prof. Giorgia Pinelli docente di filosofia, il magistrato dott. Pino Morandini e ha portato la sua testimonianza la Campionessa paralimpica di nuoto Sara Zanca in un incontro che si è tenuto a Rovigo nella Pescheria nuova sabato 24 novembre 2018 organizzato da “Scienza & Vita” di Rovigo, da “Uguali diversamente” e dal Comitato “Difendiamo i nostri figli”. Ha portato il saluto dell’istituzione regionale l’Assessore alla cultura Cristiano Corazzari.
Dopo Norimberga
La prof. Pinelli ha espresso di fronte ad un uditorio formato nella maggior parte da studenti delle superiori la problematica legata al riconoscimento della legge naturale rifacendosi al processo di Norimberga dove i gerarchi nazisti che, per giustificare gli orrori commessi, si sono fatti scudo dell’obbligo di obbedire alle leggi dello stato nazista che imponeva razzismo e soppressione violenta di persone innocenti, di razza diverse o malate. La Corte di giustizia condannò quella giustificazione perché – al di sopra delle leggi dello stato – viene la legge naturale che condanna questi delitti.
Oggi si corre il rischio di credere che tutto dipenda autonomamente dall’uomo, dall’individuo padrone assoluto di decidere, svincolato da qualunque riferimento etico per cui quello che in democrazia si afferma in ragione di una maggioranza che governa, si vorrebbe dire che è – per questo – legge giusta ed obbligatoria. Il problema esiste in realtà già dal tempo antico e la prof. Giorgia Pinelli ha fatto l’esempio – nella cultura greca – della storia di Antigone in Sofocle rappresentata da un evento dove si racconta appunto di questa donna che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni murata viva. Antigone contravviene la disposizione del dittatore perché la legge del cuore indica per pietà la sepoltura anche se il gesto contraddice l’ordine del dittatore. Antigone per questo diviene colei che difende un valore – quello della pietà e del rispetto della persona umana – contro la delirante cattiveria del despota.
Di qui – con tutta una serie di esempi anche pratici – la prof. Pinelli ha evidenziato come si corra anche oggi il rischio di perdere il senso vero delle cose perché si tende a privilegiare una sorta di onnipotenza dell’uomo che immagina di poter decidere su tutto creando però conseguenze gravissime su persone e cose.
Rispetto per la vita
Ha portato il suo saluto poi l’Assessore Corazzari che ha ringraziato gli organizzatori dell’incontro e i relatori soprattutto per questa stima del valore della vita e della persona umana; ha espresso la sua stima per un incontro che ci invita “a fermarci a riflettere su ciò che la vita ci dona e come anche le difficoltà possano diventare una risorsa ed un valore aggiunto sia nel contesto familiare che nella nostra comunità. Una società che si contraddice radicalmente accettando e tollerando diverse forme di disistima e violazione della vita, soprattutto se debole ed emarginata, non può avere solide basi”.
«L’anello debole»
E’ intervenuto quindi il magistrato Pino Morandini che ha esplicitato ancor di più i concetti soprattutto a livello di contestazione e di discussione in termini giuridici. Il cittadino diventa libero davvero se non si adagia sulle posizioni dominanti, di moda, di potere.
Il problema però non è di contestare semplicemente chi non la pensa come te, ma è quello di analizzare i fatti, le decisioni e le leggi nella intera loro espressione; è a questo punto che si evidenziano gli elementi critici, quelli che fanno vedere come spesso si esaltino certe posizioni definendole “diritti” del cittadino senza tener conto che ogni decisione porta delle conseguenze per diverse persone. Non di vuol semplicemente impedire ad un soggetto di fare determinate scelte, ma occorre vedere se in questo non ci siano delle persone coinvolte ingiustamente.
Gli esempi che ha portato sono stati soprattutto in ambito familiare dove i figli vengono coinvolti in situazioni di forte disagio che mai in vita potranno assorbile. Famiglie devastate da divisioni, da tradimenti e da incomprensioni generano in quello che il relatore ha chiamato l’«anello debole» – il figlio – il disagio e la sofferenza che dura per sempre; altro ambito è stato indicato laddove tutto quello che la tecnologia, guidata da scelte opinabili, genera; ad esempio una vita che nasce in grembo della madre, una essere vivente che viene, per vari motivi, posto alla mercé di volontà che ignorano il bene della creatura e cercano invece il loro personale vantaggio. Egli ha ricordato il fondamento della legge romana “Omne ius, hominum causa constitutum est”, ogni legge viene fatta per il bene degli uomini.
Egli ha invocato allora una ripresa di antropologia umana e, nello stesso tempo un chiaro schieramento a difesa dell’essere umano. Senza timidezze e senza paure. Questo l’impegno chiesto con forza dal magistrato ai giovani presenti. E’ seguito infine un dibattito provocato dalle domande dai giovani in sala che si sono confrontati – a detta di tutti – con grande intelligenza sugli argomenti trattati.

Messale Romano: che cosa è e come cambia nella nuova traduzione

di Maurizio Barba

Vari motivi portarono ad una fusione di tutti questi libri in uno solo, dando vita al cosiddetto Messale “plenario” che riuniva insieme tutto ciò che serviva per la celebrazione eucaristica (orazioni, letture, canti, ecc.) che, da azione in cui il sacerdote, i ministri, i cantori e il popolo svolgevano un ruolo attivo, passò ad essere una azione in cui unico ministro era il sacerdote celebrante. Il Messale plenario più conosciuto fu quello usato dalla Curia romana, nel XIII secolo, che ebbe una grande diffusione, perché usato dai Frati minori che, portandolo in tutte le loro peregrinazioni missionarie, lo diffusero in Europa.
C’era però ancora molta libertà nella strutturazione liturgica e nei testi che venivano usati per la celebrazione eucaristica, poiché la legislazione liturgica non era ancora rigidamente fissata, per cui fuori dell’ambito romano ci fu una proliferazione di Messali che si ispiravano al Messale della Curia, con una varietà di edizioni che incorporavano molte usanze locali antiche.
Con la prima edizione a stampa, realizzata a Milano nel 1474, il Messale Romano – comunemente ritenuto come il capostipite dei Messali che confluiranno nell’edizione romana del 1570 –, si diffuse rapidamente nell’ambito della cristianità, favorendo il moltiplicarsi delle edizioni, e con esso il diffondersi anche delle imprecisioni e degli errori.
L’inserimento di numerosi cambiamenti nel contenuto del Messale, che diedero all’Eucaristia un significato sostanzialmente differente, fino a determinare alla fine del medioevo una confusa situazione liturgica, costituì agli inizi del XVI secolo un grave pericolo per la Chiesa.
I Padri del Concilio di Trento, che conoscevano bene questa difficile situazione, si preoccuparono, tra le altre questioni, di provvedere ad una nuova edizione del Messale e degli altri libri liturgici, la cui edizione apparirà nel 1570, divenendo obbligatoria per tutta la Chiesa cattolica, che poteva avere finalmente una liturgia uniforme.
Nel periodo tra il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano II vi furono numerose edizioni e ristampe del Messale, tra le quali, quelle “tipiche” avvennero nel 1604, con Clemente VIII, nel 1634 con Urbano VIII, nel 1884, con Leone XIII, nel 1920, con Benedetto XV, e nel 1962, con Giovanni XXIII. Sotto l’influsso dell’illuminismo si ebbero, soprattutto nei secoli XVII e XVIII, tentativi di rinnovamento della celebrazione eucaristica, dettati dall’esigenza di una maggiore partecipazione del popolo, dell’introduzione della lingua volgare, di un maggior uso della Bibbia nella celebrazione della Messa, di una revisione di alcuni testi eucologici, di un adattamento alle necessità del proprio tempo, di una semplicità nei riti e nelle preghiere.
Con l’approvazione della Sacrosanctum Concilium, il 4 dicembre 1963, si diede avvio alla riforma del Messale e degli altri libri liturgici, i cui primi frutti si ebbero nel 1970, quando, a distanza di quattro secoli esatti dal Messale riformato secondo i criteri del Concilio di Trento, fu pubblicato il Messale del Vaticano II, edito per l’autorità di Paolo VI. Dopo appena un anno, a causa dell’esaurimento delle copie, fu pubblicata una reimpressio emendata del Messale, nella quale furono inserite varie correzioni di carattere non sostanziale. Nel 1975, invece, in conseguenza della nuova disciplina sui ministeri, stabilita da Paolo VI con il Motu proprio Ministeria quaedam, dell’introduzione nel Calendario Romano Generale di alcune celebrazioni di santi e di alcuni formulari nel Messale stesso, della necessità di ritoccare alcuni elementi dell’Institutio Generalis, fu pubblicata l’editio typica altera del Messale Romano. Inoltre, nel 2002, a motivo della promulgazione del nuovo Codice di Diritto Canonico nel 1983 e delle diverse disposizioni della Santa Sede posteriori al 1975, fu pubblicata una editio typica tertia, che incorpora non poche novità rispetto alla precedente edizione
È proprio su questa edizione tipica del Messale Romano, che costituisce la base per le traduzioni nelle lingue nazionali, che i vescovi italiani hanno concentrato il loro sforzo nella delicata opera di traduzione, durata circa sedici anni, e che è giunta alla sua fase finale con l’approvazione assembleare, in attesa di ottenere la confirmatio della Santa Sede.

Don Marcello Prandi è tornato alla Casa del Padre. Sacerdote Fidei Donum

di Gianni Azzi

Era tornato da poche settimane in Italia ed era ospite della Sorella a Lendinara. Era nato a Treponti di Molinella e a Molinella era stato battezzato.
Quando entrò in seminario nel 1946, proveniva da Rasa. Di lì con la famiglia si trasferì a San Biagio di Lendinara, ove celebrò la sua Prima Messa solenne. Fu cappellano in Cattedrale e li, fu – per la sua bella voce – nominato cappellano corale. Per qualche tempo fu a Castelmassa e poi a Corbola. Qui maturò la sua vocazione missionaria. Era il 1964 quando partì per l’America del Sud, approdando nel Venezuela. Rientrava in Italia per seguire all’Istituto di Sociologia Pastorale e terminato il corso di studi, ritornava in missione. Nel 1973 approda a Colimes De Balzar Guajas Guagiachil in Equador, ove rimarrà fino all’ottobre scorso.
Da oltre 35anni mi torna sempre in mente, una parola che Don Marcello disse ai cristiani di Concadirame: “mentalizzare”! Continuava dicendo: “bisogna avere Cristo nella mente e nel cuore per trasmetterLo e farLo conoscere”.
Gli daremo il nostro saluto
Giovedì 22 novembre l’ultimo saluto nella chiesa di San Biagio di Lendinara alle ore 15.30. La Liturgia funebre sarà presieduta dal nostro Vescovo

Intervista a Luca Mercalli: «Si ascoltino di più gli esperti e si facciano meno chiacchiere da “bar”»

di Giorgio Malavasi

Ci sono, in Italia, tanti esperti che dedicano la vita a capire come si fa a difendere il territorio. Basterebbe ascoltarli e agire di conseguenza, invece di fare “prevenzione idraulica da bar”.
Lo sostiene Luca Mercalli  presidente della Società meteorologica italiana, climatologo e fra i più noti divulgatori scientifici in Italia.

Mercalli, nel ‘66 ci fu un evento paragonabile a quello dei giorni scorsi, però il numero delle vittime, degli sfollati, dei danni economici è stavolta fortunatamente inferiore. Merito di consapevolezza accresciuta, in questi 52 anni, e di opere realizzate?
Fare paragoni su queste cose è difficilissimo. L’unica cosa certa è che, rispetto al ‘66, oggi abbiamo le previsioni meteorologiche. Stavolta lo si sapeva con tre giorni di anticipo quel che sarebbe successo, mentre nel ‘66 si fu davvero essere colti di sorpresa. Il potersi preparare in anticipo aiuta in molti casi almeno la riduzione delle vittime umane. Poi, rispetto a molti danni materiali, non puoi fare niente, perché il sapere tre giorni prima non ti consente di impedire una frana facendo delle opere in emergenza. Però almeno la struttura di protezione civile la puoi organizzare bene.

Significa, comunque, che la prevenzione è la strategia giusta…
Certo. Poi ci sono i problemi infrastrutturali. Rispetto al ’66, si pensi a quanto costruito c’è in più, incluso quello abusivo, come nel caso della Sicilia… Il che fa intuire che l’alluvione del ‘66 avrebbe potuto fare ancora più danni se fosse accaduta oggi dato che, nel frattempo, ci sono stati 52 anni di tumultuoso sviluppo urbanistico e infrastrutturale. Però, probabilmente, l’effetto delle previsioni meteorologiche con tre giorni di anticipo ha permesso di parare un po’ il colpo. Tranne per quelli che non vogliono ascoltare. Il caso della Sicilia è emblematico: quelle povere persone mangiavano tranquillamente nella casetta abusiva mentre c’era l’allerta rossa…

E di quanto accaduto al Nord cosa pensa?
Al nord è successo quel che sarebbe successo in qualsiasi Paese: anche in Austria o in Svizzera un fenomeno così avrebbe avuto gli stessi effetti. Non dobbiamo rimproverarci niente, secondo me, nel Bellunese. È stato veramente un episodio anomalo, intenso, importante, al pari di quello del ‘66.

E tantomeno dobbiamo rimproverarci l’ambientalismo da salotto?
Salvini ha in mente la pulizia dei fiumi come unico antidoto alle alluvioni. Come se tu, pulendo i fiumi, non avessi più l’alluvione. Il che è una sciocchezza, perché è vero che in alcuni tratti il fiume va pulito; ma attenzione: un fiume troppo pulito non fa che restituire il problema a chi vive più a valle, perché accelera la velocità delle acque.

Quindi?
Quindi un conto è la pulizia dai rifiuti, e su questo siamo tutti d’accordo. Ma l’eradicazione della vegetazione naturale è, al contrario, una follia. La vegetazione naturale contiene le alluvioni e limita le erosioni. È insensata una “prevenzione idraulica da bar” quando invece abbiamo dei professionisti, in Italia, che lavorano nelle facoltà di ingegneria idraulica e nelle facoltà di scienze forestali, che stanno addirittura cambiando il modello di gestione dei fiumi. Un esempio recentissimo: l’Alto Adige, l’anno scorso, ha tolto le opere di difesa spondale fatte negli anni ‘70 per riportare un fiume al suo stato naturale. È uno dei primi casi in Europa. Si è smontata l’idea di Salvini, ritenuta obsoleta, superata. Il concetto invece è: bisogna dare al fiume il suo spazio e lì non bisogna metterci niente: non devi costruire case, non devi fare attività ricreative… Nello spazio del fiume, il corso d’acqua dev’essere libero di vagare; e quando c’è un’alluvione, l’alluvione stessa è contenuta in una zona di pertinenza del corso d’acqua. Troppe opere vanno ritenute, al contrario, dannose.

Continua a pag.13 de “la Settimana”

Su sentieri di guerra sognando la Pace, Sabato in Seminario

“Su sentieri di guerra sognando la pace” è questo il titolo della giornata che si svolgerà Sabato 10 Novembre nell’Auditorium del Seminario Vescovile e che ricorderà i cent’anni dalla fine del primo conflitto mondiale. Il programma prevede l’intervento di autorità e del professor Leonardo Raito dell’Università di Padova che analizzerà il volume dell’Associazione Renzo Barbujani odv “La Grande Guerra a Rovigo 1915-1918. Luoghi e personaggi nelle vie” e il “Quaderno della Biblioteca del Seminario con testimonianze sulla guerra ‘15-’18”. L’evento è promosso dalla Biblioteca del Seminario Vescovile, dall’Associazione Renzo Barbujani e dal “Coro Monte Pasubio RovigoBanca” con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Rovigo e della Provincia di Rovigo con ReteEventi. Il programma sarà scandito dalle lettere dal fronte lette dai ragazzi del Liceo “Celio-Roccati” e dall’accompagnamento musicale del “Coro Monte Pasubio RovigoBanca” diretto dal Maestro Pierangelo Tempesta.

Successo per la prima Notte Giovane “Ti ho visto…”

Da L’equipe
di Pastorale giovanile e vocazionale

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Si è tenuto, venerdì 26 ottobre scorso, presso la chiesa di San Domenico a Rovigo, il primo incontro dei giovani della diocesi nel nuovo anno pastorale. A guidare l’incontro il Vescovo Pierantonio insieme alla equipe di Pastorale Giovanile. L’incontro, iniziato con la consegna a tutti i presenti della “bisaccia” – segno che accompagnerà tutte le iniziative del Servizio diocesano di pastorale giovanile e vocazionale in questo 2018-2019 – aveva l’obiettivo di “guardarsi in faccia” tra le varie realtà presenti sul territorio diocesano e sentirsi parte di un progetto che chiede ad ogni giovane, ad ogni gruppo giovanile di rileggersi a partire dal bene che c’è e che spesso non fa rumore. “5pani&2pesci” lo slogan che accompagnerà il percorso.
Il racconto evangelico riletto in forma teatrale da alcuni giovani ha dato la chiave di accesso a questo percorso e all’incontro di venerdì proseguito con un confronto a piccoli gruppi, cui ha preso parte anche il Vescovo, sulle risorse di ognuno, sui 5pani e 2 pesci che ciascuno possiede e che può mettere a disposizione degli altri. L’incontro è poi proseguito con la presentazione dell’equipe di Pastorale Giovanile e Vocazionale e del programma (che “La Settimana” riporta qui sotto ) dell’Anno Pastorale. La serata ben partecipata si è conclusa con la preghiera comunitaria che ha tarsformato le condivisioni e ciò che si è ascoltato in offerta al Signore di tutto il bene che c’è per la vita degli altri.

 

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Si parte! Don Enrico Turcato presenta il suo primo “Start&go”

di Thomas Paparella (da Radio Kolbe Rovigo)
Dopo 7 anni come Vicario Parrocchiale al Duomo di Santa Sofia a Lendinara Don Enrico è stato chiamato a prendere “l’eredità” di Don Fabio Finotello che per sei anni ha guidato la Pastorale giovanile.
«Per me è una sfida che parte da una fiducia importante che mi è stata data dal Vescovo per la guida della Pastorale Giovanile» inizia Don Enrico «Dai giovani di Lendinara mi ritrovo ad accogliere un numero smisurato di ragazzi che provengono da tutta la diocesi. La Parrocchia ha dei “confini” e ti dà la possibilità di consocere tutti i giovani, mentre la diocesi ti rende la cosa un po’ più complessa».

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La cosa che spinge Don Enrico è anche la voglia di conoscere ragazzi che non si sono mai affacciati al mondo della Fede : «Tutti i nostri eventi, a partire dal primo “Start&go” di Venerdì 26 Ottobre sono aperti a tutti i giovani, anche a quelli che non fanno parte di una parrocchia o di un gruppo religioso».
Da quest’anno un’equipe di 5/6 persone aiuterà Don Enrico nella Pastorale  per poter ascoltare con attenzione i bisogni e le risorse che ha il nostro territorio a livello giovanile.
Un ricordo anche per la realtà di Lendinara che tra qualche giorno lascerà ufficialmente: «Lascio un luogo che mi ha dato tanto e che ovviamente mi mancherà perchè ho visto crescere tantissime cose e tantissime persone. Ora sono chiamato ad una nuova missione».

Appuntamento “Start&go” Venerdì 26 Ottobre Chiesa di San Domenico alle ore 21

Questa “Settimana” speciale “Famiglie in Dialogo”

Questa settimana il nostro settimanale diocesano uscirà con uno speciale al suo interno in collaborazione con Il Centro Famiglie Diocesano . “Famiglie in Dialogo” torna dopo una decina d’anni e in questo numero presenta le proposte a partire dalle offerte per i fidanzati , per le famiglie e anche per le persone che stanno vivendo il momento della separazione.

Quattro pagine per scoprire il grande mondo di questa realtà che si sta attivando anche attraverso la nuova struttura di “Ca’ Verta” e nello speciale è presente anche il programma da Novembre a Febbraio 2019 che propone la casa.

 

Il Patriarca di Venezia ad Adria per la B.V. Maria del Rosario

di Giovanni Dainese

Domenica 7 ottobre, ad Adria, il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha accolto l’invito del Vescovo Pierantonio a presiedere la celebrazione eucaristica nella festa della Beata Vergine Maria, Regina del santo Rosario, in ricordo dell’epidemia del vaiolo avvenuta nel 1717. In quell’occasione il popolo si “Impegnò con ufficiale promessa a celebrare solennemente, ogni 5 anni, la festa della Madonna del Rosario”.
Nell’altare maggiore, è stata posizionata, in modo visibile a tutti, l’effige lignea della Vergine in trono con il bambino, entrambi incoronati, dipinti in oro. “Tale immagine è circondata da sempre dalla venerazione degli adriesi, che la onorano con il titolo di regina degli angeli”, così è riportato nella breve illustrazione situata vicino alla balaustra dell’altare dove possiamo pregarla quotidianamente visitando la Cattedrale.
Erano presenti diversi sacerdoti, assieme al vescovo Pierantonio, al Vicario Generale Damiano Furini e all’Arciprete Antonio Donà. Presenti le autorità civili e militari locali.
Le navate erano occupate da tanti fedeli che partecipavano con molta devozione alle preghiere e ai canti liturgici, eseguiti, in modo splendido, dalla corale. Mons. Pavanello, all’inizio della celebrazione ringraziava il Patriarca per la sua pronta adesione al suo invito e sottolineava l’importanza di questo momento di fede.
Molto intensa l’omelia del Presule, che rammentava, tra l’altro, l’importanza della preghiera del rosario mariano e la necessità di non stancarsi di recitarla, soprattutto comunitariamente e in famiglia. Ricordava, a tal proposito, che “nel 1573, presso la Cattedrale di Adria, era stata istituita la Scuola del santo Rosario, composta da quindici confratelli, come quindici erano i misteri del santo Rosario”. In un secondo momento, San Giovanni Paolo II, aggiunse ai tradizionali misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, i cinque della vita pubblica di Gesù, cioè quelli della luce.
Puntuali i riferimenti al Nuovo Testamento, dove veniva rimarcata la presenza di Maria, Mamma di Gesù e quindi dell’umanità “figura sempre a servizio del figlio”.
Quindi Mons. Moraglia, citando la lumen gentium citava: “La beata, Vergine, predestinata fino dall’eternità, all’interno del disegno d’incarnazione del Verbo, per essere la Madre di Dio, per diposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l’alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo altamente unico…”
Si soffermava, poi, sul dialogo al Calvario tra Gesù e l’apostolo Giovanni e sua madre ai piedi della Croce.
Come si intuisce, si tratta di spunti di riflessione e di preghiera che hanno sostenuto tutti a scoprire il senso della festa.
L’ottimo servizio della vigilanza e degli scouts, aiutava, con discrezione, il fluire dei fedeli in modo che tutto procedesse nel rispetto e nella giusta devozione.
Molto sentita nella comunità la festività della Beata Verine Maria del Santo Rosario, e le celebrazioni si protrarranno fino a domenica prossima
Ecco l’omelia di S.E. Francesco Moraglia:
«Stimate autorità, cari confratelli nel sacerdozio e cari fedeli, ringrazio il Vescovo Pierantonio per l’invito a presiedere questa celebrazione nella festa della Beata Vergine Maria, Regina del Santo Rosario.
Insieme contempleremo la bella figura della Madre del Signore qui particolarmente venerata. La storia ci ricorda, infatti, che tre secoli fa, nell’anno 1717 e proprio ad Adria, imperversava un’epidemia di vaiolo e il popolo di impegnò con ufficiale promessa a celebrare solennemente , ogni cinque anni, la festa della Madonna del Rosario.
La città di Adria, da tempo, era già nota in tutto il Polesine come “Antica città di Maria” . Quella tragica epidemia non fece altro che manifestare la profonda devozione mariana dei suoi abitanti.
Bisogna anche ricordare che nel 1573, presso la Cattedrale di Adria, era stata istituita la “Scuola del Santo Rosario” composta da quindici confratelli, come quindici erano i misteri del santo Rosario.
E tali rimasero fino a quando San Giovanni Paolo II, con la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae del 16 Ottobre 2002, aggiunse ai tradizionali misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi i cinque della vita pubblica: i misteri della luce.
Ascoltiamo allora, lo stesso Giovanni Paolo II che, nella citata lettera apostolica sul Rosario, così si esprime “ Ritengo (…) che, per potenziare lo spessore cristologico del Rosario, sia opportuna un’integrazione che, pur lasciata alla libera valorizzazione dei singoli e delle comunità, gli consenta di abbracciare anche i misteri della vita pubblica di Cristo tra il Battesimo e la Passione. E’ infatti nell’arco di questi misteri che contempliamo aspetti importanti della persona di Cristo quale rivelatore definitivo di Dio. Egli è Colui che, dichiarato Figlio diletto del Padre nel Battesimo al Giordano, annuncia la venuta del Regno, la testimonia con le opere, ne proclama le esigenze. E’ negli anni della vita pubblica che il mistero di Cristo si mostra a titolo speciale quale mistero di luce: «Finchè sono nel mondo, sono la luce del mondo» (Gv 9,5)”
Desidero ora richiamare brevemente, solamente in maniera allusiva, le letture della festa odierna della Beata Vergine Maria del Rosario.
La prima lettura è tratta dagli Atti degli Apostoli (At 1,12-14) e ci consegna l’icona di Maria e gli apostolio in preghiera; il salmo responsoriale è costruito da quello che è l’inno mariano, per eccellenza – Il Magnificat – in cui si narra l’evento che ha cambiato la storia, l’incarnazione (Lc 1,26-38).
La prima lettura, dicevo, è l’icona viva della Chiesa: lo Spirito invocato dagli apostoli riuniti intorno alla Madre di Gesù; essi , in obbedienza alla Sua parola, che attesta il compimento della Sua promessa, sono riuniti in preghiera con Maria, la Madre.
Maria, nella sua persona, nel suo credere amare e sperare, è l’immagine splendida, completamente riuscita e pienamente identificativa della Chiesa, considerata nel suo mistero; i discepoli, invece sono coloro che, nella Chiesa esprimono, la ministerialità, funzione essenziale ma non esaustiva e, quindi, non identificativa della Chiesa.
Ora come la Vergine Maria, è esempio di fede, speranza e carità, anche noi siamo chiamati a “portare” al mondo, nella fede, nella speranza e nella carità. il Signore Gesù. Ed è proprio la preghiera del santo Rosario che ci fa crescere, attraverso l’intercessione di Maria, nella compresnione del mistero di Gesù Cristo nascosto nei secoli e , oggi, a noi pienamente rivelato.
Come ha chiesto recentemente Papa Francesco, cresciamo ulteriormente nella comprensione del mistero di Cristo recitando, dopo la Preghiera del Rosario, l’antica antifona mariana Sub tuum praesidium e la preghiera a San Michele Arcangelo per “proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi”.
Infine, in questo mese di ottobre che la Chiesa dedica alla preghiera del Rosario, riscopriamone il valore. Riprendiamone la recita personale ma, soprattutto, comunitaria e e in famiglia.»

Il Presidente della Repubblica Mattarella sarà presente per i 50 anni della Comunità Papa Giovanni XXIII

PAPA GIOVANNI

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà alle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, che si terranno il 7 Dicembre 2018 presso il Palacongressi di Rimini.

L’arrivo del Presidente è previsto per il mattino. Si recherà dapprima in visita presso una delle case-famiglia dell’Associazione. A seguire, sarà ospite alla convention della Comunità.

«Accogliere il Capo dello Stato sarà motivo di grande gioia e onore e lo ringraziamo per aver risposto all’invito — ha dichiarato Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità — È un riconoscimento all’infinita opera di Don Benzi, salito al cielo nel 2007, ed al lavoro proseguito in questi anni dai membri dell’associazione donati completamente a condividere la vita con i più deboli e gli emarginati, con case famiglia e comunità di accoglienza in 42 Paesi del mondo».

La diocesi a Casa tua